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Il destino della crescita
di Marco Dallari (Docente di Pedagogia generale e sociale all' Università di Trento)

Quando ho saputo da Letizia Quintavalla che Romanzo d’infanzia avrebbe avuto per protagonisti due danzatori, e che oltre tutto questi avrebbero recitato, sono stato colto da una specie di sconforto pedagogico. Temevo infatti che gli adulti (autori, registi, attori) avessero compiuto quel misfatto educativo così diffuso che consiste nel concepire un’idea-soggetto magari buona o comunque legittima, l’avessero elaborata in un plot ben intrecciato o comunque accettabile, e fossero poi caduti nel momento della scrittura e della messa in scena. Questo fenomeno è frequentissimo e si verifica ogni volta che l’adulto, nel momento in cui intende instaurare una comunicazione con i bambini, non si pone il problema del codice in posizione sufficientemente centrale. Accade a scuola, quando a fronte di programmazioni e progetti didattici ineccepibili, l’evento educativo non funziona perché l’insegnante non è un comunicatore efficace e accattivante, accade quando si propongono ai bambini libri i cui contenuti potrebbero contenere stimolazioni emozionanti e interessanti, ma la lingua e la grafica risultano estranei e ostili, accade a teatro, al cinema, persino nel rapporto genitori-figli. Accade ogni volta che si pensa la comunicazione adulti-bambini come trasmissione anziché come relazione. Questo era il mio timore, e ho dovuto ricredermi dopo dieci minuti di spettacolo.

Antonella Bertoni e Michele Abbondanza hanno adattato le loro doti di danzatori alla relazione con l’infanzia, la grazia avvolgente di Antonella diviene complice e affettuosa, le doti atletiche di Michele gli permettono di ammiccare intelligentemente a situazioni capaci di richiamare il cinema d’azione e il cartoon più vicini alle abitudini culturali e ai topoi consolidati dell’immaginario infantile contemporaneo. Così danza e parola, liberati dal fardello dei rischi retorici che avrebbero potuto portarsi dietro, assolvono da un lato alla funzione di ingredienti narrativi capaci di richiamare l’attenzione, di sottolineare la partecipazione, di strappare il momento di commozione, la risata, l’applauso a scena aperta; ma grazie a questa capacità di sintonia con il pubblico giovanile recuperano efficacemente la loro funzione drammaturgica più originaria: aiutare a prendere le distanze dalla vicenda privata dei protagonisti capaci così di innalzarsi al livello di paradigmi, svelando anche ai più giovani come dietro alla storia e ai caratteri dei personaggi, dietro l’assenza ostinata dei genitori dalla scena, dietro il malinteso che continuamente aleggia sul rapporto adulti-bambini c’è un universo simbolico in cui ciascuno degli spettatori può scoprire che la storia è scritta e messa in scena per lui. Gli eventi chiave della storia divengono così prove iniziatiche, il distacco dai genitori, il collegio, la separazione dei fratelli si rivelano non già sopruso privato ma destino: il destino della crescita, dell’emancipazione. Come in molte fiabe il genitore che abbandona nel bosco è, visto con l’occhio infantile di Hansel e Grethel, cattivo. Rivisto alla fine della storia è provvidenziale perché i personaggi possano conseguire quell’autonomia nemica giurata dell’archetipo del puer aeternus, consente tuttavia alla vita di ciascuno di essere vissuta consapevolmente, con tutto l’orribile, solitario e affascinante stupore che la libertà comporta. Anche il Giornalino di Gian Burrasca narra una storia di malintesi fra il mondo degli adulti e quello infantile che, anche grazie a questi, riflette, si emancipa, costruisce la propria identità in crescita scrivendo un diario. Ma Wamba aveva intenti più moralisti, di critica sociale venata di romanticismo e di socialismo che contrappone l’ipocrisia ottusa dei “grandi” all’autenticità ribelle del piccolo Giannino Stoppani.

Romanzo d’infanzia sciorina gli ingredienti di un dramma totalmente intimo, ma non privato, aperto alla speranza, al progetto, alla redenzione, usando questo termine nella sua accezione psicologica, come fa Marie Luise Von Franz nei suoi studi sulla funzione educativa del racconto fiabesco. Semmai siamo al cospetto di qualcosa che assomiglia di più al capolavoro di Truffaut “I quattrocento colpi”, alla fine del quale il protagonista fermato in “fotostop” sui titoli di coda, ci consegna l’immagine della determinazione, del carattere, della capacità di scelta cresciute sul dolore e sulle prove di cui è costellata la sua storia. Possono un fratello e una sorella continuare da grandi quella simbiosi di complicità e affetto in cui la metafora della danza rivela correttamente essere anche il germe dell’eros? Possono la ricerca, la curiosità, la trasgressione, le birichinate (meraviglioso l’episodio del fuoco) continuare a giustificarsi nell’equivoco del rapporto di dipendenza e di ribellione tra genitori e figli? La poetica e lievissima storia proposta da Letizia Quintavalla e Bruno Stori (ma come ho potuto dubitare di loro?) racconta le gioie, le tenerezze, le paure e le disillusioni in cui ciascuno trasforma in biografia personale questo comune destino d’infanzia. Lo spettacolo è facile da vedere e da godere, complesso e impegnativo se lo si vuole usare nel modo più corretto e completo trasformandolo in occasione di condivisione di metafore e paradigmi fra adulti e bambini. Per questo non mi stupisce che qualche genitore, a teatro, si chiedesse e mi chiedesse fino a che punto “era adatto”... Adatto a che, ai bambini o alla diffusa vocazione d’assenza dei genitori e degli educatori dalla funzione dell’educazione sentimentale?