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Fiaba buia

Anno di creazione 1999

Una Produzione
PANTESCO - QUINTAVALLA - STORI - COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI

ispirato a “Bianco come la neve rosso come il sangue”
di PAOLA PALLOTTINO

con
MICHELE ABBONDANZA
ANTONELLA BERTONI
SILVANO PANTESCO
BRUNO STORI

Testo
BRUNO STORI

Regia e Scene
LETIZIA QUINTAVALLA

Coreografie
MICHELE ABBONDANZA
ANTONELLA BERTONI

Musiche originali
SILVANO PANTESCO

Testi delle canzoni
PAOLA PALLOTTINO

Arrangiamenti musicali
ALESSANDRO NIDI

Ricerca musicale
MAURO CASAPPA

Ideazione luci
LUCIO DIANA

Costumi
PATRIZIA CAGGIATI

Fonica
MAURO CASAPPA

Luci
BARBARA MUGNAI

collaborazione alla produzione
PATRIZIA CUZZANI

Ufficio organizzativo
ELENA CERVELLATI

In collaborazione con
TEATRO PETRELLA DI LONGIANO - SANTARCANGELO DEI TEATRI - PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO


ATTUALMENTE NON IN CIRCUITAZIONE

 

Fiaba buia - ispirato a Bianco come la neve rosso come il sangue di Paola Pallottino, è danzato, recitato e cantato da Michele Abbondanza, Antonella Bertoni, Bruno Stori e Silvano Pantesco sotto la regia di Letizia Quintavalla. Si ispira alle fiabe ma si rivolge agli adulti: i testi delle canzoni, scritti da Paola Pallottino già dal lontano 1973, colgono infatti nelle vicende delle protagoniste femminili delle fiabe classiche di Perrault il momento dell’emarginazione e della violenza sull’infanzia. Il risultato è uno spettacolo rigorosamente non "per bambini" ma "sui bambini".

I cattivi pensieri fanno paura, ma bisogna pur tirarli fuori…magari per la coda!
Fiaba buia. Spettacolo d’arte varia. Danzato, recitato e scanzonato nel senso del bel canto. Ispirato alla fiaba, ma da raccontare agli adulti.

ll pifferaio
Senza bruciare incensi, senza veleni rari e per pochi denari vi libera dai topi

Biancaneve
E tu, cara bambina col tuo viso di neve crescevi troppo in fretta, crescevi troppo bene…

Pelle d’asino
Padre crudele, lasciami - padre crudele, lasciami - i tuoi diamanti pesano, da sola me ne andrò…

Cappuccetto rosso
Tredici anni saranno pochi quando li culli sul petto materno, ma possono essere un inferno da quando porti il vestito rosso.

Cenerentola
Cade il silenzio che fa più male sulle tue guance sempre più bianche, sulle tue labbra talmente stanche da non cercare baci o sorrisi…

Pollicino
Lo sa Pollicino che vincere è poco, che avere un trionfo acceca davvero lottare ogni giorno non è come un giuoco e l’orco era l’ombra di un orco più nero?…

Il prato nero
La gente guarda e non sembra capire cerca con gli occhi oltre il cielo oltre il prato, con gli occhi asciutti che han visto partire senza fermarlo il figlio sbagliato.

[...] si ride spesso, fors’anche nel bisogno di scaricare la tensione dell’incontro con quelle verità che mostrano antri occulti del proprio sentire che si preferiscono tenere coperti. Ma tutto lo spettacolo si svolge nella luce, scena e platea, nel potersi rispecchiare a vista.

Valeria Ottolenghi, “Gazzetta di Parma”, 8 luglio 1999

 

Il risultato è uno spettacolo non “per bambini”, ma “sui bambini”, che suggerisce agli adulti una riflessione sul significato della fiaba, nella consapevolezza che il male e il bene vivono in noi, proprio come in una fiaba si rincorrono la strega cattiva e la fatina buona.

Paolo Maier, “Teatro”, gennaio 2000

 

In scena un teatrino dal sipario rosso; il quartetto, in grandi boxer bianchi, dà vita a una girandola di visioni che, grazie anche ad una regia sapiente per ritmo e alternanza di registri, svelano lo specchio scuro della coscienza mescolando  cabaret a “opéra comique”, assoli e duetti danzati, pantomima, canzoni, teatro di parola, “spettacolo en travesti”.

Roberto Lamantea, “La Nuova”, 8 febbraio 2000

 

Dietro un sipario nel sipario, nell’eterno gioco del teatro nel teatro, come accade in Fiaba buia, si scherza ma non troppo, di incesto e di pedofilia.

Elena Franceschini, “Alto Adige”, 18 febbraio 2000

 

[...] ogni scena è una calibrata mistura di dolore e gioia di vivere. La corda emotiva si tende allo spasmo, per poi allentarsi nelle gustosissime interpretazioni, spesso autoironiche, di Michele Abbondanza, ammiccante e irresistibile indossatore-fotomodello, lupo cattivo in giacca di lustrini.

Paola Rosà, “L’Adige”, 18 febbraio 2000

 

Spettacolo che stringe il cuore, mentre invita al riso, lavoro ricco di trovate semplici, ma funzionali a portare in scena con arguzia e originalità le paure e le aspettative frustrate di tanti bambini bistrattati da un mondo adulto ostile e profittatore. [...] Le fiabe di Perrault delle quali le canzoni della Pallottino mettono in luce le sotterranee perversioni, sono in “Fiaba buia” un pretesto che porta lo spettatore a confrontarsi con tematiche socio-psicologiche in cui il rapporto tra adulto e bambino è in primo piano.

Francesca Pedroni , “Danza & Danza”, maggio 2000

ITALIA

1999. Santarcangelo dei Teatri – Santarcangelo (RN) (1° nazionale); Castello Pasquini – Castiglioncello (LI);

2000. Teatro al Parco – Parma; Teatro Villa dei Leoni – Mira (VE); Teatro Petrella – Longiano (FO);Teatro Don Sironi – Osnago (MI); Teatro Zandonai – Rovereto (TN); Teatro del mare – Riccione (RN); CRT Teatro dell’Arte – Milano; Casinò Municipale – Arco (TN); Festival Fabbrica Europa - Ex Stazione Leopolda – Firenze;

2001. Teatro Comunale – Casalmaggiore (CR);

 

ESTERO

2002. Akademie – Zurigo (Svizzera)

Romanzo d’infanzia (1997) e Fiaba buia (1999) nascono dal sodalizio artistico di Bruno Stori, Antonella Bertoni, Michele Abbondanza e Letizia Quintavalla. In Fiaba buia si aggiunge al gruppo Silvano Pantesco.
Questi spettacoli sono frutto di una autoproduzione cui tutti gli artisti partecipano in egual misura. Vogliamo sottolineare che queste produzioni non appartengono ad uno specifico teatrale (danza, prosa o musica) ma al "teatro". Questo vuol dire che le diverse discipline confluiscono nell’unità dello spettacolo.
Ci sta a cuore che questo comunicato non sia solo una informazione, ma anche occasione per precisare un concetto artistico/produttivo che molto difficilmente, in questi tre anni di ospitalità e tournées, organizzatori o direttori o critici di teatro hanno saputo leggere e presentare correttamente al pubblico (abbiamo una raccolta infinita di errori o sui ruoli o sulle specificità o nomi su programmi e giornali). Questo nomadismo culturale, questa instabilità da noi voluta e ricercata come singoli artisti che si uniscono per periodi e poi si lasciano e si ritrovano solo quando hanno veramente qualcosa da dire insieme, non è stata secondo noi sottolineata abbastanza: è fatica autoprodursi, ma soprattutto trovare e coltivare connubi artistici, quindi ci teniamo a ribadire che non si tratta né di "matrimoni" o unioni stabili in cui si prende il cognome del marito…, né di committenze di regia o consulenze coreografiche per completare il lavoro di una delle parti, ma è l’unione dettata da pari stima reciproca e curiosità di trovare forme sconosciute o impreviste nel nostro lavoro.

Capita anche che spesso l’appartenenza artistica di uno spettacolo è attribuita, per praticità o per equivoco, solo alla struttura distributiva. E’ più facile impostare la grafica di un programma della stagione di un teatro su un nome unico o su un’etichetta o un genere, certo! Ma così si perde la possibilità di uscire dai canoni interpretativi e critici dell’opera.

Questo scritto denuncia la nostra difficoltà di far capire e rispettare quello che scriviamo sui materiali che accompagnano i nostri lavori (locandine - informazioni - note).
Occorre più precisione nella forma e più sensibilità nei contenuti. Tutti gli artisti sono permalosi e ossessivi, si sa. Amano le loro opere, guai a chi le tocca. Abbiamo bisogno che si riconoscano i percorsi poetici e soprattutto gli sforzi per rompere tali percorsi a volte per incontrare altro da sé.
Dare al pubblico le informazioni esatte su "cosa" e "chi" si va a vedere, chi lo ha prodotto, chi lo firma.
Quando siamo nati ci hanno dato un nome: ci è caro. Ciascuno di noi ha anni di lavoro alle spalle nelle varie arti: ci sono cari.
Allora non ci si deve sbagliare e dire per esempio che "registi e autori danzeranno per le strade del tal paese o città…", oppure il nome dell’ideatore luci finisce tra i coreografi… o uno dei nostri nomi l’abbiamo letto in sei versioni errate… e ancora, più grave, dimenticare di nominare ruoli determinanti nella creazione di uno spettacolo, o spesso si invertono competenze, oppure se la regia è firmata da due persone omettono sempre una o l’altra, perché?
Se un organizzatore o direttore o critico conosce più un artista e il suo lavoro, si dimentica degli altri e viceversa. E’ più facile ricordare un nome che quattro o cinque, certo, e allora!? Siamo su questa terra per fare cose facili?
Abbiamo un sodalizio tra noi e non sia mai che un ufficio stampa divida ciò che la stima ha unito, a questo sì che ci teniamo.

Letizia Quintavalla, Antonella Bertoni, Michele Abbondanza, Bruno Stori