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Pabbaja

abbandono della casa

anno di creazione 1994

di e con
ANTONELLA BERTONI E MICHELE ABBONDANZA

luci
TERZO UOMO

organizzazione
BARBARA BONINSEGNA

produzione
IL GAVIALE s.c.a.r.l.

per
TORINO DANZA
DRODESERA FESTIVAL


ATTUALMENTE NON IN CIRCUITAZIONE

 

Soli con pochi oggetti di casa, ex-arredi o ex-vestiti.
Il mando era ed è tutto lì dentro. E’ ancora lì. Ci si spoglia di tutto, e la vita passa perché si è sempre più nudi. Danzare così vuol dire raccontare un’agonia, vuol dire perdere forma e vita di uomini e donne per ricomporsi in figure di pietà.
Una donna, un uomo, una donna e un uomo insieme.
La struttura è semplice e totalizzante, come un gioco perfetto o un’esercitazione. Ma non è accademia, non siamo in una classe mal arredata e mal attrezzata. Ci si esercita a soffrire, a morire, a resistere al, al ritmo di un fischietto o di una scarpa lasciata cadere sul pavimento.
I tonfi rinchiudono tutto in uno spazio che contiene tutto, e così le tracce di danza possibile si liberano nell’aria come esplosioni da una claustrofobia malata.
E allora il corpo si muove, sì, ma solo un pezzo per volta, solo metà, solo ben ancorato alla terra, a punti fermi che sono via via case, sepolcri, isole, convogli o prigioni.
La guerra divide il mondo in bianco e nero, di qua e di là: i colori non servono, potrebbero confondere i cecchini o farli pensare. Meglio non rischiare.
Ma si può anche resistere, e danzare sotto una pioggia di spari, interminabile, ancora a scandire un tempo di pose. Frame stop sul sentimento della vita che se ne sta andando, assaporando gli ultimi respiri e, man mano, scegliendo di morire come esseri umani.
Costruirsi un sepolcro, forse, è l’ultima dignità concessa mentre suona, finalmente, la libertà degli altri.
Troppo tardi, per chi sta qui dentro: la danza è finita.

Paolo Dalla Sega

La drammaticità dell’universo concentrazionario e l’intensità di una danza pura che si rifiuta di obbedire a canoni puramente estetici si danno appuntamento in Pabbaja. Michele Abbondanza e Antonella Bertoni ci mostrano come l’urgenza creativa possa trascendere talvolta i limiti di genere e dare corpo a desideri, sentimenti, sofferenze reali.

Paolo Crespi, “Il Gazzettino”, luglio 1994

 

Michele e Antonella , che di Pabbaja sono ideatori, coreografi e protagonisti sulla scena, utilizzano con felice intuizione e con grande partecipazione emotiva, il tavolo come elemento scenografico, segno così incisivo per raccontare una dolorosa storia di affetti derubati e di esistenze travolte dalla violenza ... Lo spettacolo è fortissimo, a tratti dà i brividi, e lo fa attraverso moduli espressivi intensissimi capaci di trasmettere emozioni davvero mozzafiato.

Emilio Guariglia, “Alto Adige”, luglio 1994

 

... Con una presenza scenica drammatica, dal gesto incisivo, entrambi additano la desolazione dell’anima; il vocabolario è ridotto, antiretorico, fatto di lunghi brividi, sussulti, iterazioni e raddoppiamenti di immagine; e l’esito narrativo si fa più inquietante per la compresenza di un principio maschile e di uno femminile, tanto simili nei lunghi capelli, negli abiti e nello stile di movimento e tanto diversi nella forma e nella potenza muscolare. Bella la scena nuda, con alcuni vecchi tavoli, su cui si abbatte la disperazione della coppia.

Elisa Vaccarino, “Il Giorno”, agosto 1994

 

Bellissimo Pabbaja, di commovente efficacia per la capacità di sintesi espressiva con il corpo, il movimento, i gesti, stilizzati e più veri ad un tempo ... Magnifica intensità espressiva dei corpi in scena, lui e lei tanto simili, la concentrazione, il silenzio doloroso del ricordo e della perdita, la forza del gesto, l’attenzione verso le cose ... Pabbaja affronta in scena evocando senza dire, con una pregnanza teatrale di grande espressività e con immagini di infinita commozione...E gli applausi alla fine sembravano non poter terminare, caldi, intensi, convinti, carichi di sincere emozioni.

Valeria Ottolenghi, “La Gazzetta di Parma”, marzo 1995

 

...Ma la sequenza più emozionante è stato l’estratto da Pabbaja, di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, un balletto intensamente evocativo sulla barbarie della guerra, sul sentimento della vita che fugge ... Una sapiente costruzione coreografica e una narrazione potente e ininterrotta che sparge aliti di toccante verità. Tirando le somme: nella costruzione di una identità creativa, è forse in questa direzione che si potrà ravvisare una particolarità italiana nel variegato universo della danza.

Giuseppe Di Stefano, “Città Nuova”, giugno 1995

 

Pabbaja è riconducibile alla scena immobile, dove il tempo è misurato con una clessidra ad acqua che scandisce la sofferenza dell’uomo sull’uomo. Michele e Antonella che in tutto il terzo atto non hanno mai guardato il pubblico, e lo sguardo fra loro non si è mai incrociato, ora, alla fine, scelgono di abbracciarsi e di morire come quei due ragazzi della città serba da poco seppelliti insieme.

Aurora Marsotto, “Il Sole 24 Ore”, aprile 1996

ITALIA

1994. Teatro Piccolo Regio – Torino (1° nazionale); Chiostro S. Agostino - Bergamo; Drodesera Festival – Dro (TN); Teatro Civico - La Spezia; Teatro San Gemignano - Modena; S. Zeno Shakers on the Rocks – Brescia; Teatro Il Vascello - Roma.

1995. Piccolo Parallelo – Romanengo (CR); Teatro Il Cinghio – Parma; Auditorium C.S.C. S. Chiara – Trento; Teatro dell’Angelo – Roma; Teatro Astra – Vicenza.

1996. Casa della Comunità – Nago (TN); Teatro della Cavallerizza – Reggio Emilia; Collecchio (RE); Ravenna; Carambolage – Bolzano.

 

ESTERO

1994. Tanz Festival Sprache – Vienna (Austria).