Il significato che hanno avuto per noi queste due settimane di lavoro è quello di un viaggio alla ricerca di ciò che rende l’azione scenica espressione di un’essenza, di una verità, e non un guscio vuoto che finisce per decomporsi sul palco insieme all’attenzione del pubblico.
Il teatro ha bisogno di uno sguardo, il teatro è in sostanza una persona che guarda un’altra fare qualcosa. Ma esiste anche uno sguardo che viene dalla scena: quello del danzatore. È proprio questo sguardo, che egli proietta su se stesso, sugli altri suoi compagni e sul pubblico, a dare senso a ciò che accade e a riempire di vita quello che altrimenti sarebbe una forma vuota e finta. Lo sguardo deve entrare nel proprio movimento, proiettarsi insieme alle linee che il corpo disegna per ampliare all’infinito la risonanza dello spazio che la nostra pelle e la nostra voce fanno muovere, vibrare, esplodere.
Questa è la prima dimensione del “neutro”, fondamento dell’espressività essenziale del performer e della sua consapevolezza scenica. Questo stato d’essere è una tensione continua verso l’unità, la coscienza totale di tutte le forme che attraversano il nostro corpo e lo spazio intorno a noi, affinché ogni minimo particolare sia voluto, sentito, consapevole.
Tuttavia il danzatore non guarda solo con gli occhi: il suo sguardo è il corpo intero che ha il suo centro nella zona del cuore. Si cammina perché “si è afferrati dal cuore”: è lui a dare l’impulso al movimento che trascina il piede, il ventre, la testa, le mani… Nell’esercizio della “poiesis”, termine greco che significa azione e da cui deriva l’italiano poesia, ci muoviamo perché vogliamo raggiungere ciò che amiamo. Allora il “neutro” si accende, si carica di brama e passione. La nostra attenzione si focalizza sull’oggetto dei nostri desideri e proietta in scena immagini, forme e suoni… Così nasce quella forza sovrumana che è necessaria ad ogni azione scenica per sostenere l’attenzione del pubblico. Grazie a questa il gesto muove non un corpo, ma l’intero spazio; sposta volumi, che diventano altri corpi con cui danzare e che ci muovono, anche se siamo soli in scena. In fondo, lo sguardo del pubblico è una corrente violenta che dobbiamo risalire, deviare, domare, guidare. Per farlo è necessario sorprendere in primo luogo noi stessi. Ci vogliono passaggi repentini dalla rapidità estrema all’immobilità; grande forza per reggere una posizione, nutrendola come se dovesse durare per sempre, resistendo come se la forma che abbiamo assunto dovesse cristallizzare la vita viva di un istante nell’eternità. Tensione e sforzo continui che abbiamo esercitato in lunghe mezz’ore di Za Zen, la meditazione seduta: una danza di micro-aggiustamenti per creare una forma sempre immobile e sempre mutevole, come la fiamma di una candela. “Zen” è significato per noi svuotarsi di tutto l’inessenziale per poter esprimere il nostro io scenico, per poterci aprire agli altri e costruire dinamiche d’improvvisazione: senza i tempi morti causati da nuvole di pensieri ed emozioni che ci annebbiano, perché nulla hanno a che fare con la purezza dell’essere nell’azione.
La radice del movimento è per noi uno sguardo che proietta in scena i nostri desideri e le nostre paure, da forma a ciò che amiamo, ai sogni che cerchiamo di catturare, anche se solo per il tempo effimero della durata di uno spettacolo. Poi il sipario si chiude, le luci si spengono: il pubblico defluisce dalla sala con uno sguardo nuovo, quello della risonanza e della memoria di ciò che ha visto. Mentre per noi inizia lo sguardo del conoscersi al di fuori dell’intensità scenica, nella vita reale, nelle lunghe serate nei vicoli di Rovereto perché, alla fine, il teatro deve poter nutrire e rendere più viva la vita.

(Silvia Dezulian, Lara Finadri, Alessandra Gaeta, Stefania Lazzeri, Nikita de Martin, Giulia Pardi, Alice Raffaelli, Marco Rogante, Claudia Rossi, Maria Cristina Stucchi.)