SPETTACOLI
BREVI
REPERTORIO STORICO
Il ballo del qua
Compagnia Abbondanza/Bertoni I B A M B I N I
IL BALLO DEL QUA
un progetto di
ANTONELLA BERTONI
regia e coreografia di
MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI
con
TOBIA ABBONDANZA, JACOPO BERTOLDINI, NAIMA FIUMARA, MATILDE LAEZZA, EMILY MANICA, FEDERICO PETROLLI, FRANCESCO PETROLLI,
luci
ANDREA GENTILI
consulenza scientifica
MARCO DALLARI – DOCENTE DI PEDAGOGIA GENERALE E SOCIALE ALL’UNIVERSITA’ DI TRENTO
organizzazione e ufficio stampa
DALIA MACII e FRANCESCA LEONELLI
produzione
COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI
con il sostegno di
COMUNE DI ROVERETO – ASSESSORATO ALLA CONTEMPORANEITA’
PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO - SERVIZIO ATTIVITA' CULTURALI
I bambini sono dritti come steli
e hanno occhi pieni di stupore.
Il progetto Compagnia Abbondanza/Bertoni I B A M B I N I non si pone come obiettivo principale la confezione di un prodotto e la sua presentazione in pubblico, ma individua piuttosto la sua vera natura e il suo senso più autentico nel percorso che si compie, nel processo della sua costruzione.
Dopo tre anni di lavoro con un gruppo di bambini ci siamo spinti oltre, mossi dalle potenzialità che abbiamo trovato in loro e dal desiderio che un’opera artistica possa “parlare” al mondo degli adulti anche attraverso corpi bambini.
Il mondo dell’infanzia ha molte cose da dirci, e l’opportunità che il teatro rappresenta per parlare alla gente, può offrire a questi bambini l’occasione per scoprire e far scoprire un senso diverso da assegnare al mondo. Parole e azioni che diventano una sorpresa per noi adulti, un po’ consegnati alla nostra rassegnazione, che li vediamo come i rappresentanti del futuro, giudicando la loro giovinezza un’età di transito e per questo incapaci di accorgerci che la loro età contiene già ben scritta la potenzialità rivoluzionaria del futuro.
Questo è, per noi, un progetto prezioso, come i bambini chiamati a realizzarlo, ma è anche ambizioso, dotato di una nota trasgressiva di cui la cultura ha bisogno, e intimamente legato al territorio: il teatro è inseparabile dalla comunità, è un evento pubblico, un fondamento della comune vita civile.
Dei bambini ci piace l’irresistibile attrazione per il gioco. E’ nel gioco e grazie ad esso che si può essere intensamente vivi, ridere, vergognarsi, ma osare. Gioco è, per i bambini, il loro non saper stare fermi, é la preziosità, le bugie, la vita che scorre, l’essere meravigliosamente inopportuni, sacri con la coscienza dell’innocenza priva di pregiudizi, é il loro salvarci dalla serietà della vita.
Abbiamo lavorato per quadri slegati da una storia, tenendoci stretta la meraviglia dello sforzo dei nostri interpreti nella concentrazione e nell’azione.
Attratti dal sospetto di un’altra bellezza, attenti a non tradire, li abbiamo condotti lontano in un non-spazio e in un non-tempo, e loro ci hanno sempre riportato qui, ora.
Come dimenticarci che se non stiamo nel presente siamo perduti, disarmati.
E quindi, ad ogni partenza, equipaggiati di resistenza etica, col fiato sospeso stavamo in ascolto, pronti a sbagliare di nuovo, con un senso di vuoto depositato ai nostri piedi, perché ogni equilibrio dura un momento, poi si disfa.
Vedendoli lavorare si è aperta una domanda sul mondo (a cui il teatro ti mette sempre di fronte) e abbiamo preso il volo, grazie a loro, noi, un po’ più liberi ora.
“Qua” sta il lavoro di questo piccolo gruppo di bambini, uno spaccato di umanità vera, più vera del vero.
(A.B.)
IL BALLO DEL QUA. Al pubblico, ai genitori, ai bambini.
Scuola d'Azione è il luogo dove abbiamo incominciato, dopo trent'anni di palcoscenico, a provare a trasmettere quello che sapevamo (saper "fare"). Per la prima volta schiudiamo le porte per condividere le azioni pure e fragili di sette eccezionali performer. Abbiamo sempre fatto sul serio per farli giocare e quando capivano che la nostra voglia di giocare era più della loro, incominciavamo a provare. Molte volte ci siamo chiesti che cosa noi avevamo da insegnare a quegli sguardi liberi e fieri; così abbiamo incominciato a muoverci parlando di immobilità a chi non era capace di stare fermo un attimo, della possibilità in teatro, di creare il buio senza notte e il giorno anche senza sole. Allora abbiamo costruito piccoli argini, affinché i ruscelli potessero scorrere, liberi di esprimere tutta la loro forza e, diventando fiumi, prendere una direzione; magari un giorno per bagnare altre terre sconosciute e lontane dalla sorgente. Costruendo un recinto attorno, abbiamo anche dato loro, la libertà di aprirlo. Entrare, uscire. Scegliere.
Questo lavoro è frutto della loro creatività, della loro voglia di sognare e di crescere; di conoscere, di fare. Grazie alla pazienza e generosità dei genitori, alla fiducia che ci hanno sempre dato, affidandoci “incondizionatamente” quello che avevano di più caro. Grazie al professore e amico Marco Dallari, che ci “spiegava” quello che noi, per istinto ed intuito stavamo perseguendo e con il suo avvallo razionale ci rassicurava nel percorso. Mi piace ricordare i miei compagni di classe come“ bambini dritti come steli e con occhi pieni di stupore”, e che la verità, così com'è citato in Romanzo d'infanzia (il nostro spettacolo dedicato ai piccoli) è proprio nei loro fiammiferi. Buon viaggio con i magnifici sette, i sette nani ovverosia “sei per sette quarantadue più due quarantaquattro”. Questa nota di lavoro è versione tendenziosa e di parte, da parte del pluriripetente allievo (non mi sono perso una lezione: arrampicati tutti e sette nell'esercizio dell'albero, mi hanno fatto sentire Gulliver; si sono prima spaventati ma poi si sono tutti imposti nel “terribile” confronto con il permaloso custode del “Guai chi ride”...) . Tutto questo è stato possibile grazie all'ancoraggio solido e paziente della maestra...("Nooo...ve l'ho detto mille volte..non chiamatemi maestra! Antonella ! Io mi chiamo Antonella..!!"). E se permettete alla fine mi rivolgerei direttamente ai protagonisti di tutto ciò: Cari bambini, tra poco diventerete grandi e quest'opera, così come l'abbiamo pensata, svanirà,per diventare altro, chissà...magari un grande fiume in piena. Con tutto l'amore che posso.
Il vostro, Ottavo nano
PS "Qui non c'è nessun saggio! Per forza siamo tutti bambini.." Prima di diventare "saggio", uno spettacolo deve essere "bambino". Uno spettacolo bambino è uno spettacolo che, dovendo ancora crescere, non deve dimostrare niente ma solamente essere, nella pienezza, qui e ora : insomma..Qua!
(M.A.)
Il corpo non rappresenta la natura umana contrapposta alla mente intesa come luogo della cultura e strumento della conoscenza: il corpo stesso, fin dalla sua definizione, è un apparato simbolico e culturale.
Il nostro corpo, e il corpo di ogni bambino e bambina, é l’interfaccia sensibile che permette e determina la relazione con gli altri e con il mondo: per questo l’attenzione educativa al rapporto che i piccoli hanno con il loro corpo, come lo ‘sentono’ e come sanno utilizzarne le risorse è (o dovrebbe essere) uno degli aspetti fondamentali dell’educazione e della formazione. Questo fondamentale aspetto pedagogico è invece piuttosto trascurato, come ben sappiamo, sia all’interno della vita scolastica, dove la corporeità è negata o frustrata, sia nelle prevalenti proposte di tempo libero, dove è monopolizzata da pratiche sportive condotte per lo più all’insegna della prestazionalità, della competitività, della ‘forza’, e negativamente influenzata da modelli di identificazione, enfatizzati dai media, quantomeno discutibili quando non clamorosamente negativi.
La risorsa educativa di un laboratorio di danza, correttamente impostato e condotto, costituisce senza dubbio una delle prospettive più idonee per una educazione motoria corretta, attenta ad alla crescita psicofisica integrata ed equilibrata dei piccoli e dei giovani.
Marco Dallari
ABBONDANZA BERTONI, IL BALLO DEL QUA
Il "Ballo del qua" è il ballo del presente-bambino. Lo spettatore che accetti di abbandonare le proprie aspettative e l'erronea esigenza di individuare a tutti i costi una trama logica disegnata a priori, porterà con sé - alla fine dello spettacolo - la grande lezione di sette bambini e due intelligenti "maestri" di scena. Una lezione semplice e complessa allo stesso tempo:l'infanzia chiede rispetto. Punto.
L'infanzia chiede ascolto, chiede libertà, rifiuta le gabbie che il mondo degli adulti costruisce attorno al loro divenire. Immersi in un liquido musicale essenziale, sono sette i padroni del palcoscenico: Tobia Abbondanza, Jacopo Bertoldini, Naima Fiumara, Matilde Laezza, Emily Manica, Federico Petrolli, Francesco Petrolli. Scalzi, esili, di età compresa tra i 5 e i 10 anni, sono essenziali. La compagnia Abbondanza Bertoni I Bambini danza a piedi nudi. Alcune bambine hanno copricapi costrittivi decisi da mani altre, i maschietti sembrano averli ricevuti in nome di un presunto "ruolo".
Gli abiti sembrano garze e ci si domanda se non siano fasciature per ferite che noi-grandi pratichiamo loro. In oltre un'ora di danza del corpo, i sette fiori producono in chi li guarda una esperienza estetica complessa. Non capirà (o non saprà dire nulla) chi non entri nello stupore-bambino e nell'horror-vacui che fa parte del cammino infantile, ma i grandi lo dimenticano imponendo loro continue performances.
Non 'sentirà' nulla lo spettatore che non tenga a bada l'irrefrenabile tendenza a cercare di individuare trama e logica dello spettacolo, perchè narrazione non c'è. Non porterà via nulla chi non ingaggi con se stesso la sfida di farsi prendere per mano dalla identità di "persona" che c'è nel bambino.
Il "Ballo del Qua" ideato da Antonella Bertoni (che ne cura anche le coreografie insieme a Michele Abbondanza) frutto di tre anni di lavoro, è prima di tutto un'operazione di ascolto. Fin dai primi istanti, con l'entrata di Emily in scena "a bordo" di due gambe esili simili a due steli di crocus non ancora sbocciato, viene chiesto allo spettatore di entrare nel mondo dell'infanzia, paradigma della vita adulta perchè in esso vi è già tutta embrionalmente abbozzata, la condizione umana. E allora ecco che questo mondo è già abitato dalla domanda, dalla differenza, dalla solidarietà, dalla inclusione e dalla esclusione, persino dalla crudeltà.
A differenza del mondo adulto ha invece lo stupore, il gioco, la fisicità, la curiosità. I bambini si guardano e guardano, toccano e si toccano, agiscono e sono agiti. Giocano per piacere e conoscenza in un mondo di adulti dove il gioco serve a far soldi, spennare o essere spennati. In questo splendido affresco niente cede al tentativo (...così presente nella società contemporanea) di "confezionare" il bambino, semmai accoglie l'istanza che da loro arriva di essere accettati e compresi, liberati in un volo che trova sempre troppe costrizioni costruite dal mondo adulto: dall'obbligo a sorridere, a salutare, ad essere gentili a cedere un giocattolo che invece è legittimamente "tutto loro".
Abbondanza Bertoni fanno dire tutto questo alla bimba che simula le smorfie-costrette proprio davanti alla platea. Difficile non sentirsi interpellati. Ma lo spettacolo non cede mai alla narrazione pre-confezionata dal mondo degli adulti, fossero anche coreografo e regista i quali fanno agire i loro sette fiori nella loro acqua aiutati da una musica emotivamente coinvolgente, da luci di scena (Andrea Gentili) che diventano 'grembo'. E così il loro incedere in scena, solenne e al tempo stesso timoroso, racconta lo sforzo della conoscenza: il bambino impara imitando e non potrà essere migliore di chi offre loro i peggiori esempi. Il bambino, sembrano dire AbbondanzaBertoni, ha diritto e capacità di scelta.
"Il loro agire viene da un sapere che precede il fare" spiega Michele Abbondanza alla fine della prova generale che precede la prima assoluta di questa sera all'Auditorium Melotti di Rovereto (ore 20,45). "Ci piaceva poter raccontare la capacità dei bambini di essere persino più profondi e teatrali dei grandi. Per noi la grande sfida era mettere l'infanzia sul palcoscenico senza farne pagliacci e bamboline, con rispetto. E loro hanno dato il meglio di sé a riprova che il teatro è una occasione di grande educazione" afferma Abbondanza. "Abbiamo deciso di lavorare con i bambini e 'sul' bambino non per fare una narrazione sull'infanzia, ma perchè i bambini hanno cose da dirci" aggiunge Antonella Bertoni.
"Il mondo dell'infanzia ha molte cose da dirci, e l'opportunità che il teatro rappresenta per parlare alla gente, può offrire a questi bambini l'occasione per scoprire e far scoprire un senso diverso da assegnare al mondo. Parole e azioni che diventano una sorpresa per noi adulti, un po' consegnati alla nostra rassegnazione, che li vediamo come i rappresentanti del futuro, giudicando la loro giovinezza un'età di transito e per questo incapaci di accorgerci che la loro età contiene già ben scritta la potenzialità rivoluzionaria del futuro" affermano Abbondanza e Bertoni.
Ci sono voluti tre anni di lavoro prima di questo debutto. I risultati sono commoventi e stupiscono fin dai primi istanti quando lo spettatore incontra il lento apparire sulla scena indice di un controllo del corpo e del tempo che non si improvvisa e produce d'incanto il rapimento in chi guarda. Perchè lo stupore dello spazio da conquistare e abitare è fatto anche di paura. Sappiamo rassicurare le paure bambine? Alla fine chi ha assistito porta a casa un imperativo categorico: ascoltare il bambino, per 'sentire' il suo mondo, fargli spazio, agevolarne l'azione. Per fare questo Abbondanza Bertoni non ci hanno messo solo la loro grande bravura, ma anche l'umiltà di confrontarsi con un pedagogo e un avvocato per far sì che la rappresentazione dell'infanzia ne "Il Ballo del Qua" fosse la più libera e rispettosa possibile.
Non è invece per nulla impossibile dire cosa lo spettacolo produca a livello di emozioni: in chi abbia accettato di abbandonare pretese preconcette su come i bambini dovrebbero essere si dischiude persino la propria infanzia, si materializzano gabbie remote e questo processo di natura quasi psicoanalitica aiuta a maturare il modo nuovo di guardare al bambino. Ecco la grande lezione. Viene impartita non dai teorici, ma proprio da loro, i bambini. La rivoluzione comincia accettando: perché grazie a loro ne usciamo migliori.
Corona Perer, "Giornale SENTIRE", 25 febbraio 2012
Applaudito spettacolo al Melotti di Rovereto
«Il ballo del qua», bambini in sognanti coreografie
ROVERETO - Tra nebbie e ombre compaiono bambini: lenti, prudenti, enigmatici come visioni oniriche.
Si apre rarefatto (e cresce poi in mille direzioni), il «Ballo del qua», applauditissimo spettacolo della Compagnia
«Abbondanza Bertoni - I bambini» andato in scena sabato al Melotti di Rovereto e che vede sul palco sette piccolissimi danzatori.
Tobia Abbondanza, Jacopo Bertoldini, Naima Fiumara, Matilde Laezza, Emily Manica, Federico e Francesco Petrolli per tre anni hanno
frequentato la Scuola d’Azione di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni.
«Dopo trent’anni di palcoscenico - spiegano i due ballerini e coreografi - abbiamo iniziato a provare a trasmettere quello che sapevamo».
E «Il ballo del qua», per la prima volta, svela i frutti di quel lavoro, sostenuto dalla consulenza scientifica del pedagogista Marco
Dallari, in uno spettacolo che non è il saggio di una scuola di danza ma un’opera intensa che ha per protagonisti degli straordinari interpreti
bambini capaci di dominare lo spazio grande di un Melotti incantato e fiabesco.
Si ride e ci si commuove, continuamente e imprevedibilmente e il «Ballo del qua» regala uno spettro di emozioni che vanno dallatenerezza allo stupore.
Lo spettacolo inanella una serie di quadri la cui organizzazione spaziale e creazione del gesto pescano dall’astrazione così come dal mondo del gioco
infantile, quello che si fa in strada e che ha bisogno di pochi oggetti e molta fantasia: tra lentezza misurata, urlo liberatorio e numeri di insieme,
c’è tutta la generosità del duo trasferita nei piccoli danzatori, con citazioni da «Romanzo d’infanzia» che aggiungono emozione all’emozione.
Non c’è infantilismo,né i bambini di Abbondanza e Bertoni sono quelli atteggiati da adulti dal voyeurismo dei grandi.
Sul palco agiscono bambini che il pubblico - di mente e cuore aperto - può vedere come dei propri «io» integri di purezza e libertà,
capaci di assaporare il bello e di pensare nella lingua in cui parlano i sogni.
Emilia Campagna, "L'Adige", 1 marzo 2012
C'è speranza se questo accade a Fies
Di Ugo Morelli.
Archivio Sezione Hic et Nunc
"Ma anche soltanto il cercare di dare espressione a certe realtà ‘profonde’ è un atto di impossibile traduzione”,
scrive il grande poeta Andrea Zanzotto, novantenne di Pieve di Soligo, sul Corriere della Sera dell’1 ottobre.
Tradurre in linguaggio i nostri sentimenti più profondi è, in effetti, davvero difficile, se non impossibile.
Proviamo qualcosa di simile quando dobbiamo dire perché l’arte, la musica, la danza, la poesia, la letteratura,
sono la vita stessa della civiltà. La cosa diviene immediata e facile assistendo, coinvolti emotivamente fino
all’indicibile, a uno spettacolo di danza particolare. Su un progetto di Antonella Bertoni, un gruppo di sette bambini,
quattro maschi e tre femmine, hanno messo in scena, in prima nazionale alla centrale di Fies, la sera del primo ottobre,
Il ballo del Qua – prima parte. Gli spettatori erano adulti e lo spettacolo è concepito per adulti.
Dal primo momento dell’entrata in scena allo spegnersi delle luci, col fiato sospeso, i presenti sono stati portati
in un’esperienza estetica difficile da dire con le parole. Il rigore esecutivo e la puntualità di messa in scena dei
gesti di danza di bambini da circa cinque a meno di dieci anni, hanno fornito una situazione esemplare di quello che
l’arte può fare per tutti noi. Può educare anima e corpo all’espressione attenta ed elegante di sé; può avvicinare fino
a fonderlo il mondo dei bambini e quello degli adulti; può innalzare la riflessione sulla vita e sul suo significato; può aprire
al senso del possibile. Un investimento di giornate di lavoro e di pazienza e metodo che ha avvicinato non solo i bambini alla danza,
ma ha esaltato il ruolo che può avere l’educazione, e l’educazione all’arte e alla creatività in particolare, nella vita di tutti noi.
Uno degli aspetti che persistono nella riflessione dopo lo spettacolo, è la serietà e l’impegno di scena, fino all’ultimo secondo e perfino
nel raccogliere l’applauso interminabile, delle bambine e dei bambini artisti.
Si dicono molte cose sull’educazione e se ne criticano i fallimenti. Certamente sono molte le cose da rivedere.
L’educazione artistica, tra l’altro, è la più deprecata nel paese in cui viviamo, anche se ha un poco più di attenzione in Trentino.
Se si vuole che l’educazione sia la fucina dell’avvenire, l’esempio visto alla centrale di Fies dovrebbe essere tenuto in massimo conto.
Anche per ragioni di orgoglio per un progetto che sa far dialogare locale e globale: si tratta di un’artista e di una compagnia italiana,
la compagnia Abbondanza/Bertoni, che presenta in un luogo trentino una prima nazionale di assoluta originalità e eccellenza.
Perché ciò è possibile? Per la grande professionalità e per il respiro internazionale che i protagonisti hanno saputo darsi.
Essere condotti da quei bambini nelle figure della danza ha portato chi guardava lungo le vie della bellezza di un presente e di un futuro possibili.
L’auspicio è che sia solo l’inizio e che quei passi di danza continuino a creare. C’è speranza se questo accade a Dro.