EPIPHANĪA. Mi rendo manifesta

di MICHELE ABBONDANZA e ANTONELLA BERTONI

ideazione, scene e costumi ANTONELLA BERTONI

con SARA CAVALIERI, VALENTINA DAL MAS, LUDOVICA MESSINA POERIO

musiche originali SERGIO BEERCOCK

disegno luci ALESSIO GUERRA

direzione tecnica CLAUDIO MODUGNO

assistente alla creazione ELEONORA CHIOCCHINI

sartoria MANUELA GOBER

organizzazione, strategia e sviluppo DALIA MACII

amministrazione e produzione esecutiva FRANCESCA LEONELLI

comunicazione ERIKA PARISE

ufficio stampa MARILÙ URSI

produzione COMPAGNIA ABBONDANZA/BERTONI

con il sostegno di MiC - MINISTERO DELLA CULTURA, PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO, COMUNE DI ROVERETO, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI TRENTO E ROVERETO

un ringraziamento particolare a DANIO MANFREDINI

ringraziamo inoltre ANDREA PALAMIDESE

Mario Bianchi, << KLP Teatro >> luglio 2025

"In scena vi è un continuo tentativo di ricomporre, nella sua espressione totale, una corporeità che è sempre stata vilipesa e spezzata. E anche quando la danza sembra avere qualche sbocco conclusivo, il corpo non riesce ad ergersi in modo autonomo, ma stramazza al suolo, e alla fine il colore del sangue ha la sua giusta dolorosa vittoria. Nel medesimo tempo ci pare tuttavia che quei corpi manifestino anche una forza intima di ricomposizione, nell’unicità di un’entità meravigliosa che invece andrebbe preservata, e non oltraggiata come spesso accade. “Epiphania. Mi rendo manifesta” si pone in magnifica rimembranza rispetto allo spettacolo precedente nel testimoniare, prepotentemente e ancora una volta, la forza e lo splendore del corpo femminile."

Inequilibrio 2025. A Castiglioncello la 28^ edizione del festival di Armunia

 

Gabriella Gori, << DANZASI >> luglio 2025

"Epiphanīa, dal greco epiphàneia, ha nel sottotitolo Mi rendo manifesta la chiave di lettura di una creazione originale con cui Michele e Antonella continuano ad indagare il contraddittorio universo muliebre e a soffermarsi sull'immagine straniata e straniante del corpo femminile. Quel corpo che è oggetto di mercificazione e che porta la donna a sentirlo e viverlo come altro da sé.» […] «In una sorta di “non luogo” illuminato dalle luci fredde di Alessio Guerra e delimitato da quinte e fondali neri ideati da Bertoni, che firma anche i costumi, le tre protagoniste: Sara Cavalieri, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio mostrano pezzi di quel corpo che di volta in volta le rappresenta, anche attraverso acefale figure metamorfiche."

Tracce epifaniche di corpi negati

 

Renzia D’Incà << Rumorscena >> luglio 2025

"Questo lavoro di Abbondanza Bertoni è violento alla vista, crea giustamente disagio. Ma violento è il corpo delle tre donne (non violentate da uomini, forse solo in controluce), ma sfinite nelle loro istanze di corporeità femminili in una corporeità quasi ineffabile se anche e ancora possibile da commentare in un Paese, il nostro, dove il corpo delle donne è e spesso, solo corpo per la riproduzione e/o soddisfazione erotica maschile. In scena dietro le quinte infatti si presentano pezzi di corpi che arrivano dal sipario e dietro i tendaggi scuri, cupi. Gambe, sederi e fino alla fine dello spettacolo solo i capelli lunghi delle tre interpreti danzatrici che ricoprono, volutamente, i loro bei visi, si mettono in vista agli spettatori. Nella narrazione le tre donne “raccontano” il ruolo del proprio corpo in quanto dna femminile… con performance davvero straordinarie."

Indagare l’invisibile è possibile al Festival Inequilibrio

 

Rodolfo Digiammarco << Repubblica>> agosto 2025

"Le smodatezze di trucco, i tremori, i duplicati, ogni scena è il monito d’una appartenenza che si districa nel vuoto: le fulminanti idee di Abbondanza/Bertoni e la subdola materia prima carnale delle tre protagoniste plasmano un mondo di tentacoli che ci avvincono."

“Epiphania”, Muscoli forgiati e la metamorfosi delle donne

 

Rossella Battisti <<Rumorscena>> novembre 2025

EPIPHANĪA continua l’indagine sul femminile ma cambia strada, mette da parte l’ironia nevrotica e quasi frivola di Femina e spella l’involucro delle donne. Le fa a pezzi, letteralmente. Niente visi, ma chiome di capelli, bocche, gambe e intuibili parti più segrete in un’orgia surrealista di frammenti.  In un certo senso EPIPHANĪA appare come la versione distopica di Femina.

Abbondanza e Bertoni fanno “a pezzi” il corpo delle donne

 

Mario Bianchi << Hystrio >> ottobre 2025

“Antonella Bertoni inventa ancora una volta in Epiphanīa una nuova coreografia di grande impatto visivo ed emozionale, dove il corpo femminile, pur e proprio nel suo continuo smembrarsi, ha la sua completa ed esplosiva realizzazione.”​

Inequilibrio a Castiglioncello: corpo in lotta tra controllo, tempo e rinascita

 

Laura Bevione <Artribune> novembre 2025

“Il corpo femminile – vituperato, sfruttato, reificato, in sintesi costantemente ridotto a correlativo di qualcos’altro – rivendica la propria autonomia, significando soltanto sé stesso e attribuendosi caratteri e “abbellimenti” coerenti unicamente con i propri bisogni e desideri. Lo spettacolo di Abbondanza-Bertoni dichiara dunque la necessità di restituire una legittima priorità al “corpo”, da non intendere tuttavia come un’esaltazione della perfezione fisica ma, al contrario, come una riaffermazione dell’imprescindibile esigenza di ogni donna – di ogni creatura umana – di essere anche un corpo in cui rispecchiarsi in toto, una pelle tenace e accogliente in cui abitare.”

Il nuovo spettacolo della compagnia Abbondanza-Bertoni è una vivisezione del corpo femminile

 

Giorgia Sossas, <<Vita Trentina>> gennaio 2026

"spettacolo di forte impatto visivo, quasi la materializzazione di un quadro surrealista"

Coreografie ed epifanie per il presente-futuro "Animo!"

 

Il battito dell’inizio

Continuiamo a volgere l’attenzione al femminile, al bagaglio di contraddizioni che ancora porta con sé e alla persistenza dell’eredità culturale.
Sia ostacolo che strumento, quasi sempre un pregiudizio, il corpo della donna viene prima di lei: dobbiamo fare i conti con il nostro corpo negoziando tra necessità e desideri.
Da qui siamo partiti, mossi dal dubbio che nel suo apparire e quindi essere e vivere, una donna è prima di tutto una bocca, due gambe, i suoi glutei…alla rincorsa di un ideale che la fa sentire come un insieme di pezzi, imperfetti.

 

Lo spettacolo

Come ombre della vita, in un campo di battaglia, le tre danzatrici, anime sospese e in bilico, in lucido sonnambulismo, si mostrano per strati visibili e nascosti in una sinfonia di azioni che si offre come una foresta di segni e di significati.
Sono ritratti tra esibizione identitaria e esuberanza visiva.
Un femminile carnale ma distaccato dal protagonismo assoluto della materia umana e che lascia spazio all’immateriale.
Il soggetto diviene oggetto e solo allora gli si riconosce lo status sovrano.
Sul filo del dettaglio e del particolare, pennelliamo tracce, grumi e trasparenze, disarticolando il senso che i dettagli incarnano all’interno della vita.
Il gesto indica e suggerisce senza dire, espressione di un pensiero quasi pittorico, perturbante e portatore di intensità anche emotiva.
La drammaturgia si concentra e sofferma su micro-momenti, in un apparente caos, si dipana in capitoli di un libro esploso.
Apparizioni e scomparse come dentro una trappola spaziale in un nero che è il colore in cui si genera tutto, quello da cui veniamo al mondo e quello a cui torneremo.
Un non-luogo che è una stanza, un labirinto di stanze che si perdono l’una nell’altra, una casa intera, il mondo; iperquadri che funzionano per immagini e si nutrono di pause.

Antonella Bertoni

 

“Tre donne in fondo al cor, mi sono venute”
Una stanza tutta per sé, l’angolo delle donne. Scaleno: ca va sans dire. Un testing box di completa negazione al radicamento sicuro nello spazio del corpo femminile che si manifesta così in una resa incondizionata e impudica alla distopia prospettica. Donne a pezzi e pezzi di donna, in una scatola d’arti che, come un unico organismo, respira si riproduce e collassa: la creatività inerme dei corpi restituiti alla fine ne è il segno. Dal trino all’uno e dall’uno alle mille muliebri forme, niente affatto piane ma ricche di pieghe, plissé, che, come in un puntaspilli trafiggono la scena. Corpi-lame, sbriluccichii e moine compongono una trama dell’apparire in cui l’ordito diventa azione di visione e fissaggio di un primo punto, un punto croce naturalmente, di inizio e di inciampo, tenuto su solo da un filo di gloria. Ora che le donne scoprono che l’uomo non è più Dio, alluciniamo qui una ideale ricomposizione dei loro pezzi sparsi.

“Tre donne in fondo al cor, mi sono venute”: Grazie alla generosità e all’incondizionata fiducia di Valentina, Ludovica e Sara.

Michele Abbondanza

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